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Ode all’umiliazione!

Delle celebri 5 ferite emozionali, che titolano il libro della Bourbeau e con cui ciascuno di noi dovrebbe fare un po’ i conti, ce ne sono alcune che maggiormente ci autorizzano la sofferenza che evocano. Questo almeno a livello concettuale.

Ingiustizia e tradimento, ad esempio, richiamano situazioni esterne a noi che facilmente riconducono ad un “cattivo”, altrettanto esterno a noi. Costui ha mancato in qualcosa facendoci subire, nostro malgrado, l’ingiustizia o il tradimento. Rispetto a questo, noi siamo più facilmente la “parte lesa” che non ha una responsabilità, se non quella di aver avuto fiducia.

E’ molto simile la questione con rifiuto e abbandono. Apparentemente è sempre fuori da noi il cattivo che ci ha rifiutato e/o abbandonato, ma qui la questione è un po’ più spinosa. Perché? Il dubbio che si insinua inconsapevolmente è che forse noi non siamo così attraenti da essere “tenuti”. Abbiamo una sorta di co-responsabilità.

Manca all’appello la ferita dell’umiliazione, rispetto alla quale c’è senz’altro un cattivo che ci ha umiliato. Stavolta però non possiamo proprio ignorare di aver fatto anche noi qualcosa, dando così al “cattivo” il potere di ridicolizzarci.

Questa sorta di gerarchia si ripercuote nella nostra capacità di ricordare queste ferite, passaggio fondamentale per disidentificarci. Disidentificarci è l’unica possibilità per alleviare una sofferenza che, altrimenti, le famose 5 ferite emozionali generano in automatico.

Nel mio lavoro ho notato che i clienti sono soliti ricordarsi le prime, mentre l’umiliazione è quella che più facilmente si dimentica. Naturalmente tutti le abbiamo tutte, è assolutamente normale, ma quanto più faticoso è ricordare la ferita emozionale di cui siamo maggiormente “responsabili”?

Richiede un coraggioso passo dentro di noi.

Ebbene, in questi giorni io ho fatto un coraggioso passo dentro di me. Sotto il mio pomposo strato soddisfatto d’aver sistemato le cose e aver, in un certo modo, ripagato l’altro per lo sgarro subito, ho scovato l’imbarazzo. Ecco lì, ben nascosta, una bella punta di vergogna per aver sbagliato quella “virgola”, per aver avuto fiducia quel pizzico in più… da aver armato l’altro. Ho riconosciuto finalmente anche la mia ferita dell’umiliazione.

Dunque… ode all’umiliazione!!!

E’ bastato un piccolo spazio di riconoscimento da parte di me stessa, verso me stessa. Vedere e sentire un po’ la sofferenza generata dall’aver perso per un attimo il controllo… per scoprire il solito mondo di convinzioni e di strutture automatiche che agiscono dentro di me, senza il mio volere consapevole.

Perché è così importante questa semplice esplorazione? Perché mi libera. La sofferenza che ho trattenuto faticosamente anche a me stessa è svanita. Non sento più la necessità di “raccontare” quella storia e nessuna cellula si arma più quando una situazione apparentemente simile si avvicina. E c’è spazio per la vita con le sue meravigliose opportunità.

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